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L’editoriale del Direttore / Emergenza inattività, quali antidoti?

30 Aprile 2025

Nel mondo dell’outdoor spesso si è abituati a raccontare l’energia o il movimento, lento o veloce che sia. Ma oggi, a guardar bene alcuni numeri, è proprio l’assenza di movimento a diventare uno dei temi centrali per il nostro settore e per il mondo sportivo in generale. Secondo il report Sporting Goods 2025 pubblicato da WFSGI e McKinsey & Company, infatti, globalmente ben 1,8 miliardi di persone non praticano alcuna attività fisica. Il 31% degli adulti è considerato inattivo. Una quota in crescita: nel 2010 era del 26%, e le stime ci dicono che toccherà il 35% entro il 2030.

Un dato decisamente rilevante. Ma c’è paradossalmente anche una buona notizia. Ossia che il nostro comparto – quello sportivo e outdoor – è nella posizione ideale per invertire la rotta. Non solo vendendo prodotti, ma costruendo cultura, comunicazione, valori. La sfida è chiara: allargare il bacino dei praticanti. Talvolta questo può significare cambiare tono e messaggio. Certo, è comprensibile e anche inevitabile parlare agli sportivi più motivati, i quali sono spesso i primi e più assidui clienti dei brand. Ma è pur vero che essi stessi sono spesso meno condizionabili e con capacità decisionali proprie, soprattutto nella scelta dei prodotti. Ecco perché è fondamentale rivolgersi anche a chi ha bisogno di fare il primo passo.

In generale il settore – marchi, distributori, retailer, media, associazioni – dovrebbe parlare di più anche agli inattivi. Con campagne meno muscolari e più inclusive. Con iniziative incentrate su benessere, socialità, semplicità. Non solo prestazione. Il divario oggi è ancora molto netto: da una parte un pubblico attivo sempre più coinvolto (il 50% degli sportivi considera l’attività fisica parte della propria identità e il 25% si allena quasi ogni giorno). Dall’altra una platea davvero ampia di persone tagliate fuori dal movimento. Con tutti gli svantaggi del caso in termini di benessere fisico, mentale e anche economico. L’OMS stima che l’inattività potrebbe generare oltre 500 milioni di nuovi casi di malattie prevenibili entro il 2030, con un impatto sui sistemi sanitari pubblici stimato in 300 miliardi di dollari.

Ecco perché dopo averne già parlato nello scorso numero con un particolare focus sulla situazione italiana, torniamo ad affrontare questo tema. Che è anche al centro dell’agenda di ISPO: si legga la nostra intervista esclusiva a Lena Haushofer, exhibition director della fiera tedesca, la quale sottolinea come il futuro del settore passi da un approccio meno verticale e più olistico e accessibile, capace di avvicinare le persone allo sport in tutte le sue forme. Il che, a nostro parere, può e anzi deve comunque conciliarsi con la verticalità sui singoli segmenti e discipline. La cui evoluzione contribuisce senza ogni dubbio a diminuire il pigro popolo degli inattivi. Su ogni numero di Outdoor Magazine ne trovate validi esempi, tra le righe di un singolo articolo o in speciali tematici più elaborati. Questo mese è il caso del climbing, al quale come di consueto dedichiamo un intero allegato, come già fatto sullo scialpinismo e sul trail running (e non perdetevi sul prossimo lo speciale cammini).

Partendo sempre dai numeri: oltre 10 milioni di praticanti nel mondo, più di 6,5 miliardi di dollari il giro d’affari previsto entro il 2032, 100 mila tesserati FASI in Italia nel 2025. L’arrampicata indoor in particolare si sta affermando come fenomeno culturale: spazi urbani, comunità giovani e dinamiche, attenzione allo stile e al benessere più che alla performance pura. Le palestre sono ormai diventatie anche luoghi di incontro, appartenenza e stile di vita. Con un nota bene: solo una parte dei praticanti indoor passa poi all’outdoor.

Il che può essere da una parte positivo, per evitare situazioni controproducenti e un eccessivo sovraffollamento, specialmente in certi luoghi e situazioni. Ma con i giusti tempi, modi e il buonsenso dovuto al rispetto degli spazi outdoor e della montagna, è sempre auspicabile che un numero maggiore di persone possa approcciarsi all’attività in autentici ambienti naturali. In tutto questo, gli operatori dell’outdoor industry possono e devono essere consapevoli di ricoprire un ruolo davvero fondamentale e centrale: non semplicemente quello di fornire buoni prodotti, ma di promuovere cultura, consapevolezza, stili di vita sani, migliorando da vari punti di vista la vita delle persone.


Benedetto Sironi – Editoriale Outdoor Magazine n°04/2025

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