Nel pieno dei Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, Salomon ha portato a Cortina un nuovo capitolo di Shaping New Futures, trasformando una visione in un progetto concreto. L’Adaptive Project, nato come esperimento di innovazione, è oggi un ecosistema strutturato di soluzioni protesiche ad alte prestazioni pensate per trail running, sci e snowboard, sviluppate insieme agli atleti e testate direttamente sul campo.
Presentato al Grand Hotel Savoia il 10 marzo, il progetto ha segnato un passaggio chiave: dall’intuizione alla ricerca e sviluppo avanzata, fino a una prospettiva di accessibilità sempre più ampia negli sport di montagna. Performance e inclusione non sono più binari paralleli, ma parti di uno stesso percorso.
Ne abbiamo parlato con Sylvain Merlin, Lead Exploration Designer, e Romain Guillaume, Senior Product Designer di Salomon, per capire come nasce un progetto di questo tipo, quale ruolo giocano gli atleti nella progettazione e in che modo il design può contribuire a ridefinire non solo la performance, ma anche la percezione della disabilità nello sport outdoor.
Partendo dall’intuizione iniziale di usare scarti di Airbus per creare protesi sportive, come si è sviluppata la visione di Salomon Adaptive da semplice esperimento a programma strutturato di R&D?
Sylvain: “Tra il 2024 e il 2025, l’Adaptive Project ha vissuto una vera svolta. Dopo una fase iniziale guidata soprattutto dalla visione e dall’esplorazione, nel 2025 il progetto ha assunto una struttura chiara, con l’obiettivo di sviluppare prodotti e, in prospettiva, portarli alla commercializzazione insieme a Hopper. Questa evoluzione ha rafforzato l’integrazione del progetto all’interno di Salomon: Adaptive è ora pienamente inserito nella strategia globale del brand. La sua organizzazione è stata consolidata grazie al coinvolgimento continuativo di contributor provenienti da diverse business unit, in particolare Alpine, Snowboard e Footwear, consentendo un approccio trasversale, industriale e sostenibile, meglio allineato al mercato. Parallelamente, la collaborazione con Hopper è proseguita, alimentando l’ambizione comune di progettare soluzioni adattive ad alte prestazioni, accessibili al maggior numero possibile di persone”.

Il progetto coinvolge ingegneri, designer, biomeccanici e atleti: Sylvain, come si integra la voce degli atleti nel processo di design e quali metodologie di co‑progettazione usate?
“Fin dall’inizio, il progetto è stato guidato dagli atleti: dai loro bisogni, dalle loro personalità e dal modo in cui vivono lo sport. Ogni scelta creativa, sia legata alla performance sia all’estetica, nasce dalla loro esperienza sul campo. Nello snowboard, questo si traduce in un approccio collaborativo costruito su due dinamiche. La prima è un servizio dedicato agli atleti, sviluppato con Valentin Fourcardier, para snowboarder e designer. Valentin non si limita a testare le soluzioni: le plasma attivamente, mettendo in discussione assunzioni, proponendo innovazioni tecniche e perfezionando i concept attraverso validazioni continue, dagli allenamenti alle gare. Il suo contributo va oltre il feedback: diventa materia di design. Molte delle sue idee sono integrate nell’architettura tecnica e nell’identità visiva della protesi. Le soluzioni più rilevanti non restano personali: vengono adattate e ampliate, aprendo nuove possibilità a un’ampia comunità di rider. Perché progettare una protesi senza gli atleti non ha senso: devono portarla al limite e saper descrivere con precisione il dialogo tra corpo, attrezzatura e terreno”.

Romain, invece per quanto riguarda lo sci?
“All’inizio era fondamentale dare agli atleti un quadro chiaro e comunicare l’ambizione: creare soluzioni inclusive per una varietà di esigenze legate all’amputazione. Le loro prime reazioni hanno permesso di comprendere necessità come volumi, altezze, vincoli ortopedici, punti di connessione e aspetti legati alla pratica sportiva. Abbiamo strutturato test statici e sulla neve, concentrandoci sia sull’uso a lungo termine sia sulla performance. Modificando strumenti e modelli per lo sci alpino, e accogliendo feedback spontanei, siamo riusciti a integrare la voce degli atleti direttamente nel design, garantendo soluzioni funzionali e coerenti con l’esperienza quotidiana”.
Qual è stato l’elemento tecnologico o biomeccanico più difficile da risolvere finora, e come lo avete affrontato?
Sylvain: “Curiosamente, la tecnologia e la biomeccanica non sono state la parte più difficile. La vera sfida è l’assenza di riferimenti: nulla di consolidato, tutto da inventare. Ogni prototipo rappresenta un passo avanti unico. Molti vincoli tradizionali scompaiono: comfort, isolamento, ammortizzazione diventano secondari. Rimane l’essenziale: la trasmissione del movimento, dell’energia e dell’intenzione dal corpo all’attrezzatura. Tutte le altre funzioni si concentrano nell’interfaccia con il corpo – il socket – dove si ancorano complessità ed esperienza. In Salomon abbiamo competenze diversificate: materiali compositi, stampa 3D, lavorazione tessile. La vera difficoltà è umana: costruire ponti tra discipline diverse e allineare ingegneri, designer, biomeccanici e atleti. Ma progetti come questo creano collaborazione spontanea, conoscenza condivisa e innovazione più ambiziosa”.
Romain: “Il processo si basa sulla fiducia e su continui perfezionamenti: un costante avanti e indietro tra piccoli parametri. Abbiamo combinato diverse prospettive: performance dal dipartimento sci alpino, feedback reale di Tanguy, maestro di sci amputato, e competenza tecnica sugli ammortizzatori. Così, un insieme complesso di requisiti si trasforma in una soluzione biomeccanica coerente, potente e appagante sulla neve”.

Per il team di design di Salomon, Adaptive è caratterizzato anche da una dimensione culturale, dove funzionalità ed estetica convivono. Cosa significa?
Sylvain: “Salomon si muove in un territorio universale: l’outdoor, che unisce diverse pratiche e persone. Ogni disciplina ha la propria cultura, linguaggio visivo e codici. Progettare in modo autentico significa rispettare anche questi aspetti. Una protesi non è solo un utensile: è un’estensione del corpo e dell’identità di chi la indossa. Restituire accesso allo sport significa offrire performance, ma anche visibilità, spazio e autodeterminazione. La protesi diventa vettore di trasformazione: aumenta autostima, fiducia e orgoglio personale. Il design non definisce solo funzione, ma silhouette, postura e presenza”.
Romain: “Funzionalità ed estetica coesistono senza elementi superflui, guidate da una visione chiara: far sentire gli sciatori con disabilità fieri, consapevoli e pronti a conquistare il “parco giochi” bianco. Il risultato è un design audace, dinamico, che esprime il DNA prestazionale di Salomon”.
Cosa vuol dire per Salomon investire e credere in un progetto come l’Adaptive?
Sylvain: “Per Salomon, investire in Adaptive significa affermare che ogni sciatore conta: unire le persone attraverso lo sport, riportarle alla natura e a una libertà da esplorare. Significa spingersi oltre i limiti e creare esperienze che generano fiducia, gioia e senso di appartenenza. Inoltre, progetti come Adaptive permettono ai team interni di collaborare in modi nuovi, favorendo condivisione, apprendimento e innovazione in tutta l’azienda”.