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Guida ai dazi: l’accordo USA-UE e l’impatto sui prezzi

30 Luglio 2025

È dal “Liberation Day” del 2 aprile – il giorno in cui Donald Trump ha annunciato un ampio pacchetto di dazi all’importazione negli Stati Uniti – che gli addetti ai lavori di tutto il mondo si stanno chiedendo cosa sono i dazi, a cosa servono e chi li pagherà.

Dopo l’annuncio dell’accordo tra USA e UE, tuttavia, le prime incertezze si stanno dissolvendo e si può iniziare a tirare le somme.

Perché Donald Trump ha introdotto i dazi

Washington vuole riequilibrare la bilancia commerciale: nel 2024 gli Stati Uniti hanno importato dall’estero merci per 3.296 miliardi di dollari e ne hanno vendute per 2.084 miliardi, con un disavanzo di 1.212 miliardi.

Rendendo più costosi i beni stranieri, i dazi servirebbero a incentivare la produzione americana. Con questa misura, l’intenzione di Trump è quella di aumentare i posti di lavoro nella manifattura, che dagli Anni ’60 è passata dal 24 all’8% dell’occupazione generale negli Stati Uniti.

La crescita delle imposte doganali

Stimare un calcolo globale è ancora complicato perché la Trump sta modificando di continuo le aliquote mano a mano che delinea i diversi patti commerciali con i vari Paesi. Secondo UBS, l’accordo da poco raggiunto con l’Unione Europea ha più che decuplicato la tassa doganale media ponderata sulle merci UE in arrivo negli Stati Uniti, passando dall’1,5% del 2024 al 15,2% attuale.

Cosa significa in termini di prezzi

Nell’atto pratico, i dazi si riscuotono alla dogana, quando i beni e le merci arrivano negli Stati Uniti. Le aziende produttrici hanno tendenzialmente due possibilità. La prima è assorbire il dazio, accettando dunque di diminuire i suoi profitti, se teme che un aumento dei prezzi potrebbe favorire la concorrenza locale o di altri Paesi.

Altrimenti, a fronte di un prodotto percepito come fondamentale o insostituibile, o comunque l’azienda non ritenga che i clienti possano essere influenzati da un aumento dei prezzi, allora potrebbe decidere di mantenere i prezzi invariati e scaricare il costo su importatori e consumatori.

Con ogni probabilità, gran parte delle imprese europee finirebbe per optare per una soluzione intermedia, distribuendo in misura variabile il dazio tra il distributore e il cliente.

Come cambiano i prezzi negli USA

Finora, l’impatto dei dazi sui prezzi è stato piuttosto contenuto. A giugno l’inflazione ha registrato un +2,7%. In questo momento incerto, probabilmente, le aziende stanno ancora esitando ad alzare i prezzi, oppure sono corse ai ripari facendo scorta prima del 2 aprile. Normalmente queste durano 60-90 giorni, quindi l’effetto dei dazi potrebbe avvertirsi nella seconda metà del 2025.

Cosa c’è nell’accordo fra USA e UE

L’accordo tra le due parti prevede un dazio generalizzato del 15% sulle importazioni europee negli Stati Uniti, con delle eccezioni ancora tuttavia oggetto di negoziato. L’Unione Europea, inoltre, si impegnerà ad acquistare petrolio e gas americani per 250 miliardi l’anno e a investire 600 miliardi in armamenti.

Le esportazioni negli Stati Uniti sono in aumento

Nei mesi subito successivi al Liberation Day, dunque fino all’inizio dell’estate, quando il presidente americano paventava dazi tra il 30 e il 50%, le previsioni per l’economia – italiana compresa – erano molto peggiori. Di fronte alle minacce di Trump, quindi, le aziende si sono portate avanti e le esportazioni italiane negli Stati Uniti sono aumentate. Anche per questo sono migliorate le prospettive di crescita del 2025 per tutta la zona euro (+1% nel 2025, contro lo 0,8% stimato dal FMI ad aprile).

La svalutazione del dollaro

Dall’inizio del 2025, l’euro si è apprezzato dell’11% rispetto al dollaro. Questa svalutazione rende ugualmente più cari i beni europei che vengono venduti negli USA. D’altro canto, fa sì che le importazioni di prodotti americani in Unione Europea siano più convenienti.

I rischi delle aziende italiane

Le imprese rischiano di non riuscire a vendere i beni negli Stati Uniti perché ormai troppo cari per i consumatori americani. Su Il Foglio l’economista Carlo Alberto Carnevale Maffè sostiene che, a fronte di un incremento del dazio medio effettivo del 10,9% (il 15% ingloba il vecchio dazio medio del 4,8%), l’Italia sconterebbe in realtà l’11%.

Possibili strategie per ammortizzare l’impatto

Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, con i dazi statunitensi al 20%, si sarebbe rischiata una perdita di mezzo punto del valore aggiunto complessivo e di 110 mila posti di lavoro. Per evitare la riduzione di tale valore aggiunto, le aziende dovrebbero indirizzarsi verso altri mercati per le loro merci, cosa tutt’altro che scontata perché gli Stati Uniti contano per il 5% delle nostre esportazioni.

I settori più colpiti

Chi rischia di più, almeno sulla carta, è l’industria farmaceutica, con 10 miliardi di export negli Stati Uniti che rappresentano circa il 27% della produzione italiana. Il dazio su acciaio e alluminio (che a livello globale si attesta addirittura al 50%) è poco rilevante per l’Italia, con esportazioni sono pressoché irrisorie. A meno di eccezioni particolari ancora in divenire, la faccenda si fa più complicata per auto e componenti, la moda e l’agroalimentare.

Un prossimo approfondimento per il settore outdoor

A oggi, anche a fronte di scenari ancora molto in divenire, non si trovano ancora sufficienti informazioni su quanto i dazi impatteranno nel comparto outdoor. Tuttavia, la redazione di Outdoor Magazine è al lavoro per delineare un quadro verticale per il settore, che sarà disponibile nel prossimo numero della rivista.

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